L’Università rottama se stessa
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Di fronte alle attuali difficoltà finanziarie alcuni atenei sono stati colti dalla sindrome del “taglio” o, detta in altro modo, “del fare cassa ad ogni costo”. La questione finanziaria è obiettivamente rilevante stante che il lievitare di alcuni costi della gestione ordinaria e la forte contrazione delle risorse decise dal Governo con la legge 133/08 fanno stimare che nel 2010 tutti gli atenei sarebbero costretti, come si dice, a portare i libri in Tribunale. La sindrome che colse l’Università pochi anni addietro, precisamente quando fu introdotto il 3+2, fu di segno totalmente opposto. Allora la parola d’ordine fu “espandersi”, proporre un’offerta didattica la più ampia possibile anche al di là di ogni minima ragionevolezza. Ma pur sempre di sindrome si trattò e quindi prevalse l’irrazionalità sul buon senso ed il prodotto che ne venne fuori è oggi sotto gli occhi esterrefatti di tutti. Gli effetti di quelle scelte in questi ultimi mesi, in special modo con l’esplosione della protesta studentesca, è stato oggetto di critiche impietose ai limiti della beffa. Il richiamo di questo precedente vuole servire a mettere in guardia dal pericolo di agire ancora una volta in stato di ansia e con pressappochismo ripetendo su altri versanti errori poi irreparabili.
La preoccupazione nasce dal percepire l’emergere di un orientamento volto a recuperare risorse smantellando convulsamente l’esistente. L’idea di negare il biennio aggiuntivo ai professori che hanno raggiunto i 70 anni di età è assolutamente condivisibile, ma non se la motivazione è “fare cassa”. L’idea di pensionare anticipatamente, sic et simpliciter, i ricercatori che hanno raggiunto i 40 anni di contribuzione, molti dei quali sono ancora ben lontani dall’età pensionabile, più che balzana sarebbe insana perché, al di là di ogni altra considerazione, produrrebbe un trauma al sistema nel suo complesso di difficile superamento. Un rettore, piuttosto che baloccarsi in ipotesi del genere, dovrebbe dichiarare la propria inadeguatezza alla sfida di fronte alla quale oggi è posto, e dimettersi.
Come si fa a pensare che se gli egiziani poco meno di 5000 anni addietro sono riusciti a costruire la piramide di Cheope senza disporre di macchine per squadrare la pietra né per sollevarla, oggi i governi degli atenei italiani non sono in grado di rimettere in piedi la nostra università?
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