35 – La laurea si avvicina

Cinque anni son passati
tra faville e delusioni!
Svaniranno i bei ricordi ?
Resteranno le illusioni?

35- La laurea si avvicina

Studiare, studiare, sempre studiare!
Erano finite le lezioni dell’ultimo anno e tra poco si sarebbero aperti gli appelli degli esami. Le materie erano le più pesanti di tutto il corso di studi e c’era inoltre l’incubo impellente della tesi da svolgere unita all’angoscia dei colloqui periodici con i professori delle materie professionali. Tutto questo era per me un costante tormento mentre implacabile e determinata Fiorella si intestardiva a dire :
– Mi devo laureare entro l’anno perchè voglio sposarmi presto.

Io non avevo programmi di quel tipo ….a breve scadenza e quasi-quasi sarei stata tentata a prendermela comoda, tanto Toni solo per laurearsi doveva frequentare ancora un’altro anno. Mi mancavano ancora per completare gli studi, oltre alle otto materie del quinto anno, un paio che mi erano rimaste arretrate dai corsi precedenti. Mi trovavo quindi a quota meno dieci e sicuramente in tre sessioni di esami e con la tesi da preparare, sarebbe stato impossibile farcela entro l’anno. Ma Fiorella era davvero implacabile: bisognava farsi assegnare la tesi e comunque bisognava cominciare a svilupparla. Decidemmo di fare la tesi con la collega con cui studiavamo da tempo: in tre sarebbe stato più facile fare un buon lavoro. Qualcuno ci aveva messo in guardia dal fare gruppi troppo numerosi perchè erano risultati ingovernabili. Tra le tre ero l’unica che non avessi premura di laurearmi; anche la collega spasimava le nozze col suo bel ragazzone già “sistemato” che l’aspettava impaziente.

Infatti, anche sei tempi erano cambiati e così pure le abitudini, molte coppie ancora “aspettavano” (più o meno pazientemente) il matrimonio; il mito della verginità era ancora abbastanza forte e discretamente seguito; in apparenza i costumi erano radicalmente cambiati ma c’erano moltissimi che pensano ancora “all’antica.”.
Per quanto riguardava la disponibilità verso l’altro sesso, io ero stata cresciuta con rigidi ed antiquati principi. Vivevo così una situazione che mi faceva sentire inadeguata sopratutto nel mio permissivo e trasgressivo ambiente di studi. Anche con Toni le cose erano stiracchiate: ogni piccola libertà che concedevo a me ed al mio ragazzo era fonte di rimorsi sicuramente esagerati. Per fortuna lo studio mi assorbiva parecchio! C’era poco da distrarsi con gli esami alle porte!

Eravamo riuscite a farci assegnare la tesi dal professore di Urbanistica: l’argomento era sempre lo stesso: Il centro storico di Palermo.

Sembrava che mancasse pochissimo all’inizio dei lavori per la ristrutturazione dei quattro vecchi mandamenti della città, per cui gli studenti venivano sguinzagliati dai professori tra le più o meno fatiscenti strade del centro, per raccogliere la documentazione necessaria che avrebbe consentito di progettare, su basi reali, l’intervento di recupero vero e proprio. Pensavo in cuor mio, ma non avevo avuto il coraggio di dirlo al professore, che avrei preferito interessarmi ad uno studio più stimolante come il progetto di strutture nuove, attuali e funzionali, magari proiettate nel futuro; ma sembrava che queste cose ormai fossero superate e fuori moda! Bisogna assolutamente “recuperare” il preesistente! Era stato fatto in altre città Italiane e non si poteva essere da meno!
Dove avevo trascorso quei cinque anni di studio? Sempre tra quelle vecchie strade; prima disegnando a matita angoli e scorci suggestivi di vecchi ed illustri monumenti, poi eseguendo i rilievi di imponenti edifici storici, poi ancora “ristrutturando” il tutto, adottando soluzioni che anche a me, che le avevo pensate, sembravano troppo fantasiose e tutto sommato inattuabili. Ora finalmente “ritornati alla realà”, si doveva affrontare e risolvere il problema del recupero su basi realistiche e di immediata fattibilità!
Ero molto perplessa! Quando giravo nel centro storico, dove vivevo e studiavo da cinque anni, vedevo una realtà già in condizioni troppo disastrate per essere recuperata con dignità. Gli antichi bellissimi e sontuosi monumenti, che chi di dovere aveva ignorato più del dovuto, gridavano giustizia! Per alcuni di essi i danni erano ormai tanto pesanti e risalivano ad epoche tanto lontane che affrontarne il recupero mi sembrava un problema insormontabile. Anche la seconda guerra mondiale, a trent’anni dalla conclusione, aveva ancora il suo triste e squallido monumento nei vecchi quartieri della marina: diroccati e ricettacolo di tutto.
Mi ero convinta che al posto delle vecchie case cadenti e prive di interesse storico potevano essere previsti solamente spazi liberi da destinare alla collettività. Pensavo che, circondati dal verde e da ampie spianate, i monumenti storici ed i vecchi palazzi potessero avere un risalto maggiore. Qualcuno condividva le mie idee ma per la verità molti inorridivano:

-Il tessuto urbano andrebbe irrimediabilmente perso! Affermavano con aria di superiorità.
Ingenuamente continuavo a pensare che la mia idea potesse funzionare. Era lontano mille miglia da me il pensiero che un intervento di recupero era anche un grosso “affare” in cui le così dette “aree libere” avevano un valore commerciale notevole e quindi non potevano essere sprecate per realizzare solamente del “verde improduttivo”.
Mentre discutevamo, disegnavamo e ipotizzavamo soluzioni che stentavano a prendere una configurazione definitiva ed accettabile si diffuse in facoltà una notizia incredibile ………… e mi sembrò tanto assurda che per alcuni giorni pensai fosse uno scherzo colossale post-contestazione. Invece la notizia si rivelò esatta: Un’annosa ed attesa riforma ministeriale di cui non ero a conoscenza era stata approvata! Le materie di studio, tra le fondamentali e facoltative, da quaranta in cinque anni, erano state ridotte a trenta. Ci trovammo di colpo alle soglie della laurea ed a me mancava in pratica solamente l’esame di Urbanistica II che andava di pari passo con la tesi.
Ero in pratica laureata!
Le mie colleghe di tesi, anche loro pressocchè laureate, non stavano nella pelle per la gioia e già facevano progetti di immediati sposalizi, io invece fui presa letteralmente dal panico e, anche se fingevo contentezza per non urtare i loro sentimenti, pensavo con angoscia:
– Dovrò rientrare in famiglia! Come accidenti farò a riabituarmi…. sarà terribile. Sarà la fine della mia piccola libertà! Ma io non voglio ritornare a casa, la mia città ormai è questa, come farò a convincere i miei che la mia vita è ormai quì?
-Qualcosa accadrà, mi ripetevo fiduciosa ogni sera quando, stanca della giornata trascorsa a studiare, cercavo inutilmente di addormentami.
Mancavano per fortuna ancora tre mesi al fatidico giorno. Tre mesi ancora da studentessa, da brava ragazza.
Cinque anni erano trascorsi tra alti e bassi ed ora inaspettatamente ero al dunque; avrei potuto finalmente intraprendere la libera professione: la carriera che speravo mi avrebbe consentito di diventare qualcuno; No,non potevo rientrare in famiglia! Ormai mi stava troppo stretta per quelli che erano i mie programmi futuri. Durante uno dei miei rari rientri lo avevo comunicato ai miei che per la verità avevano accolto la notizia con un sibillino silenzio, senza tragedie o perentori divieti. Confortata da questa strana condiscendenza avevo cominciato a fare progetti per il mio futuro: pensavo di andare finalmente a vivere da sola, in una casa tutta mia e godermi finalmente la meritata indipendenza; ma ecco che un’altra notizia incredibile arrivò a scompigliare la mia vita.
Per telefono mio padre mi disse che aveva deciso di andare in pensione e che stava per comprare una casa molto bella e grande nella “città dei miei desideri”:
-Sai c’è posto anche per il tuo studio! Aggiunse con orgoglio.
Il suo entusiasmo era grandissimo mentre mi raccontava i particolari di quel fortunato acquisto. Era convintissimo di avere trovato la soluzione a tutti i nostri problemi mentre io, fingendo di essere contenta, non riuscivo a trattenere le lacrime per la delusione! E se mi avesse dato la notizia di presenza come avrei fatto a mascherare la mia infelicità? Meno male che lui, dall’altro capo del filo, non poteva intuire nè vedere il mio viso bagnato dal pianto perchè gli avrei procurato un grosso dispiacere.
Non avevo più scuse adesso, la mia sognata indipendenza si era andata a fare benedire! Mi dovevo rassegnare! Sarei stata chissà per quanto tempo ancora una “brava ragazza”, di quelle che al massimo si allontanano da casa il tempo necessario per farsi un’istruzione e che vanno via definitivamente solo quando si sposano, magari con uno che piace tanto a mamma e papà.
Certo ero ormai maggiorenne e nessuno mi poteva impedire di seguire le mie aspirazioni! Ma era una decisione dura da prendere! Significava rompere con la famiglia che non mi avrebbe perdonato facilmente questa “ribellione”.
Così nelle mie notti insonni, rimuginando sulle mie presunte infelicità e cercando di capire quello che era più giusto fare, finivo sempre col chiedermi perplessa:
– Per cosa ci vorrà più coraggio? Per essere controvoglia una “brava ragazza” e covare nidiate di rimpianti…..o per essere una “donna emancipata” e sentire sempre sul collo l’alito greve del rimorso?

Fine delle 35 storie raccolte sotto il titolo di “Cinque anni”.

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