Frasi

sonno

L’idea di amore secondo Bertrand Russel

Quando Bertrand Russel scrive Temere l’amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti, egli di certo non pensa al sentimento che unisce un uomo ed una donna. La parola amore infatti viene molto, forse soprattutto utilizzata, per riferirsi a questa specie di attrazione; tuttavia il significato che vi attribuisce Russel ci evoca di più il verso di Dante amor che move il sole e l’altre stelle, con il quale il sommo poeta da una parte identifica Dio e dall’altra scolpisce l’anelito dell’uomo di esplorare al di là delle sue frontiere.
Ad un ragazzo che che chiese al padre cosa fosse l’amore, questi rispose che non lo sapeva definire, ma che avrebbe provato a farglielo capire. “Immagina di essere stanco e di non vedere l’ora di andare a letto, quando in TV inizia una trasmissione con la storia dell’affresco della Cappella Sistina da parte di Michelangelo. La storia ti colpisce e d’improvviso ti passa il sonno e rimani sveglio per le successive 3 ore. Questo è amore”.

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Frasi sui viaggi

Il bello è dentro di noi

Diceva Socrate: Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato? Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con quell’individuo dal quale volevi fuggire.

La fuga per allontanarci dai nostri problemi. Quante volte l’abbiamo pensato senza renderci conto che è assolutamente inutile.

In modi diversi ve ne proponiamo altre formulazioni.

  • Anche se giriamo il mondo in cerca di ciò che è bello, o lo portiamo già in noi, o non lo troveremo. Ralph Waldo Emerson
  • I viaggi sono i viaggiatori. Fernando Pessoa
  • Il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina. Sant’Agostino
  • Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi. Marcel Proust

E infine la poesia “L’occhio di Dio” di Victor Hugo, che racconta di Caino che vuole fuggire dallo sguardo di Dio che non riesce a evitare neppure dopo la sepoltura.

Quando Caino scarmigliato
in mezzo alla bufera
livido, coi suoi figlioli
involti di ferine pelli
fuggì dinanzi da Geova
calava la sera.

Il bieco pellegrino
giunse alle falde di un monte
in un gran piano.

La sua consorte stracca
e i suoi figlioli ansimanti gli dissero
“Posiamo sulla terra e dormiamo”

Il fratricida non potendo dormire
meditava ai pié del monte:
e quando alzò la testa
nel più profondo del funereo cielo
vide un occhio spalancato e grande
che nel silenzio lo mirava fisso.

“Sono troppo vicino”
disse allora con un brivido.
E in fretta ridestati i figlioli dormienti
e la compagna stanca riprese a fuggire
sinistro verso l’ignoto.

Errò per trenta giorni, errò per trenta notti.
Andava muto, pallido, sussultando a ogni brusio
furtivo, senza mai guardarsi addietro
senza riposo, né tregua, nè sonno.

Giunse ai lidi del mare
in quel paese che poi fu Assur.
“Sostiamo – disse – questo è un asilo sicuro.
Omai toccammo i termini del mondo, ora sostiamo”.
Ma come fece per sedere ei vide l’occhio
allo stesso punto nel ciel cupo
e in fondo all’immutabile orizzonte
e trasalì di nero raccapriccio.
“Nascondetemi” urlò, mentre i nepoti
si mettevano un dito sulla bocca
tremar vedendo l’avolo feroce.

A Giabel, padre di color che vanno
sotto tende di pelo nel deserto, disse Caino:
“Spiega la tua tela da questa parte”.
Il fluttuante muro fu svolto e quando
fu fissato al suolo con masselli di piombo
“Ora vedete più nulla?” chiese Tzilla
la figliola dei suoi figlioli,
la bambina bionda più dolce dell’aurora.
E a lei Caino: “Vedo quell’occhio sempre”.

Allora Giuba, padre di quelli
che entrano nei boschi
suonando trombe e battendo tamburi disse:
“Saprò ben io trovare il modo”.
Alzò un muro di bronzo
e dietro a quello trasse Caino.
E quei “L’occhio mi guarda sempre”.

Allora Tubalkain, padre dei fabbri,
costrusse una città smisurata e sovrumana.
Intanto i suoi fratelli davano la caccia
ai figlioli di Enoc e di Set per il pianoro.
E a chi passava crepavano gli occhi e
nell’azzurra sera lanciavan dardi alle virginee stelle.
La tela delle tende diede luogo al granito
i cui massi eran fasciati con catene di ferro.
Essa pareva una città d’inferno
e la grande ombra delle torri oscurava le campagne.
E sulla porta incisero: Vietato l’ingresso a Dio.
Quand’ebbero alla fine chiuso e murato
tutto in una torre di pietra, al centro,
fu serrato l’avo. Egli rimase lugubre e stravolto.
” O padre mio, l’occhio è scomparso?”
chiese tremante Izilla.
“No lo vedo sempre” risponde a lei Caino.
E poi soggiunge “Voglio star sottoterra
come un uomo solo nel suo sepolcro.
Nessuno mai non mi vedrà, nè io vedrò più alcuno”.

Fu scavata una fossa e il fratricida disse: “Va bene”.
Lui solo discese in quella volta senza fine oscura;
ma quando si sedè sulla sua scranna
e sul suo capo chiusero la tomba
l’occhio era dentro e fisso su Caino.

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L'amore e l'odio da Cicerone a Charlie Chaplin

Sempre si è amato, sempre si è odiato

Scrive Cesare Pavese che “Si odiano gli altri perché si odia sé stessi”. Una caratteristica dell’odio è la sensazione di impotenza nei confronti di chi ci ha fatto del male, ma nei confronti dei quali non abbiamo gli strumenti per vendicarci. Ed è proprio questo senso di impotenza che giorno dopo giorno porta finisce col portarci a odiare noi stessi. Ci sono tanri altri modi per rappresentare l’odio e in essi si sono esercitati scrittori e filosofi fin dagli albori della civiltà.

  • Mi odino pure, purché mi temano. Cicerone
  • E’ proprio della natura umana odiare colui che hai offeso. Tacito
  • L’adulazione procura amici, la verità genera odio. Terenzio
  • Da’ tempo all’ira. Spesso l’indugio non toglie la forza: ma alle forze aggiunge il ragionevole consiglio. Tito Livio
  • Odiamo chi ci incute timore; ciascuno desidera con ardore che coloro che odia crepino. Quinto Ennio
  • L?odio è un liquore prezioso, un veleno più caro di quello dei Borgia; perché è fatto con il nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore. Bisogna esserne avari. Charles Baudelaire
  • Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi. Hermann Hesse
  • L’odio senza desiderio di vendetta è un seme caduto sul granito. Honoré de Balzac
  • Odio le cattive massime più delle cattive azioni. Jean Jacques Rousseau
  • Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto all’odio e al terrore. Charlie Chaplin
  • E’ meglio essere odiati per ciò che si è che essere amati per ciò che non si è. André Gide
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Frasi sull’amore di William Shakespeare

Frasi sull’amore di William Shakespeare

Drammaturgo e poeta inglese, Le sue opere sono state tradotte nelle maggiori lingue e inscenate in tutto il mondo. Inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nella lingua quotidiana inglese. Negli anni, molti studiosi si sono interessati alla vita di Shakespeare, portando alla luce questioni riguardo alla sua sessualità e religiosità.

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Più che di frasi si tratta di vere composizioni poetiche.

Lo splendore del suo viso
farebbe impallidire di vergogna quelle stelle,
come la luce del giorno fa impallidire
la fiamma di un lume
e gli occhi suoi in cielo irradierebbero
l’etere di un tale splendore
che gli uccelli comincerebbero a cantare
credendo la notte finita….

La ricchezza del mio cuore è infinita come il mare,
così profondo il mio amore: più te ne do, più ne ho,
perché entrambi sono infiniti.

Quanto più chiudo gli occhi, allora meglio vedono,
perché per tutto il giorno guardano cose indegne di nota;
ma quando dormo, essi nei sogni vedono te,
e, oscuramente luminosi, sono luminosamente diretti nell’oscuro.

Allora tu, la cui ombra le ombre illumina,
quale spettacolo felice formerebbe la forma della tua ombra
al chiaro giorno con la tua assai più chiara luce,
quando ad occhi senza vista la tua ombra così splende!

Quanto, dico, benedetti sarebbero i miei occhi,
guardando a te nel giorno vivente,
quando nella morta notte la tua bella ombra imperfetta,
attraverso il greve sonno, su ciechi occhi posa!
Tutti i giorni sono notti a vedersi, finché non vedo te,
e le notti giorni luminosi, quando i sogni si mostrano a me.

Come il cibo alla vita sei per me,
come alla terra acquazzoni di maggio,
e per tuo amore così mi tormento
come per l’oro suo pena l’avaro
che del possesso ora esulta, ma già
teme che i suoi tesori involi il tempo:
e ora bramo di starti unico accanto
ora che il mondo ammiri il mio piacere,
sazio talor soltanto del vederti,
poi subito affamato di uno sguardo;
e non v’è gioia ch’io tenga o insegua,
se da te non l’attendo o non m’avanza.
Così divoro e languo ognor, vorace
tutto afferrando o morendo di fame.

Quando ti disporrai a ignorarmi
l’occhio sprezzante volgendo ai miei meriti
avverso a me combatterò al tuo fianco:
spergiuro sei, ti proverò valente.
Assai conosco la mia debolezza
e a difenderti inventerò una storia
di colpe che mi macchiano in segreto
sì che ti venga, a perder me, gran gloria.
Ma così fra chi vince anch’io sarò,
ché i pensieri amorosi in te riparo,
tutti, e se i torti che in me stesso volgo
ti dan vantaggio, a me doppio lo danno.
Tale è il mio amore, così t’appartengo
che per darti valor m’addosso il peggio.

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Platone e l'amore. Il delirio dell'amore nel Simposio di Platone

Platone e l’amore

Nel Simposio Platone mette sulla bocca di Diotima la propria concezione di amore-Éros, figlio di Póros e di Penía. Quando nella discussione sull’amore è la volta di Socrate, egli – fedele all’immagine del saggio che non sa – riferisce un discorso che dice di aver sentito dalla saggia Diotima. Come si legge nel Fedro, per Platone amore è “delirio” e follia. Se qualcuno considera l’Amore “bello” – continua Diotima – è perché ha pensato che “Amore fosse l’amato, non l’amante”: l’oggetto dell’amore – l’amato – appare indubbiamente bellissimo, ma Amore è il sentimento che afferra l’amante e lo fa soffrire e delirare, è tormento e dramma nella ricerca dell’amato. Proprio per questo Amore svolge una funzione positiva: esso è desiderio di ciò che non si ha, desiderio del Bello e del Bene.

Simposio, 201 d-204 c, 206 a-e

1 [201 d] Dirò invece il discorso su Amore che ho ascoltato una volta da una donna di Mantinea, di nome Diotima, la quale era dotta su questa e molte altre questioni. Facendo fare dei sacrifici agli Ateniesi prima della peste, ritardò l’epidemia di dieci anni; e fu proprio lei che mi istruí nelle cose d’amore … Mi proverò dunque a riportarvi cosí da me solo, per quanto mi riuscirà, il discorso che mi tenne lei, partendo dai punti sui quali già siamo d’accordo io e Agatone. Naturalmente, o Agatone, è bene discutere come tu hai spiegato, in primo luogo [e] chi è Amore nella sua essenza e natura, e in seguito le sue opere. Ora mi par piú facile parlarne nell’ordine che tenne allora la straniera, interrogandomi. Perché anch’io le dicevo quasi le stesse cose che ora Agatone sosteneva con me, che cioè Amore è un gran dio e ama le cose belle. Lei allora mi provava, con gli stessi argomenti che ho tenuto ora contro di lui, che Amore, secondo il mio stesso discorso, non era bello né buono. E io: “Che dici mai, o Diotima? Amore è forse brutto e cattivo?”. E lei: “Non bestemmiare;” rispose “o credi forse che ciò che non sia bello debba essere brutto?”. [202 a] “Sicuramente!”. “E cosí ciò che non è sapiente, ignorante? Ma non t’accorgi che c’è qualcosa di mezzo fra sapienza e ignoranza?”. “Che cosa?”. “Giudicare con giustezza, anche senza essere in grado di darne ragione. Non sai che ciò appunto non è scienza – perché dove non si sa dar ragione come potrebbe esservi scienza? Né ignoranza – giacché ciò che coglie il vero come potrebbe essere ignoranza? Orbene qualcosa di simile è la giusta opinione, qualcosa di mezzo fra l’intendere e l’ignoranza”. “È verissimo” le dissi. “Non conseguirne, dunque, che una cosa non bella sia necessariamente brutta, né una cosa non buona, cattiva. Cosí anche Amore, poiché tu stesso [b] concordi che non è buono né bello, non credere piú in alcun modo che debba essere cattivo e brutto, ma qualcosa di mezzo fra questi due estremi”. “E però, risposi io, tutti pensano d’accordo che sia un grande dio”. “Quali tutti? Quelli che non sanno o anche quelli che sanno?”. “Tutti, tutti, dico”. E lei ridendo: “E come possono mai [c] sostenere concordi, o Socrate, che Amore sia un grande dio, coloro che affermano che egli non è neppure dio?”. “E chi sono questi?” esclamai. “Uno, rispose, sei proprio tu, un’altra, io”. E io: “Come sarebbe a dire?”. “È facile, rispose lei, perché rispondimi: non ritieni tutti gli dèi felici e belli? Oseresti dire che qualche dio non è bello e felice?”. “Per Giove, no di certo” risposi. “E del resto non chiami felici coloro che possiedono bontà e [d] bellezza?”. “Sicuro!”. “Ma Amore, l’hai ammesso, proprio perché è privo di bontà e bellezza, desidera questi beni che non ha”. “Già, l’ho ammesso”. “E come potrebbe essere dio quello a cui mancano bellezza e bontà?”. “Temo che non potrebbe in alcun modo”. “Vedi dunque che anche tu pensi che Amore non sia un dio?”.

2 “Ma cosa sarebbe allora, esclamai, questo Amore? un mortale?”. “Niente affatto”. “Ma allora cos’altro è?”. “Come nel caso di prima, qualcosa di mezzo fra mortale e immortale”. “Che è dunque, o Diotima?”. “Un demone grande, o Socrate. E difatti ogni essere [e] demonico sta in mezzo fra il dio e il mortale”. “E qual è la sua funzione?” domandai. “Di interpretare e di trasmettere agli dèi qualunque cosa degli uomini, e agli uomini qualunque cosa degli dèi; e di quelli cioè reca le preghiere e i sacrifici, di questi invece i voleri e i premi per i sacrifici. In mezzo fra i due, colma l’intervallo sicché il tutto risulti seco stesso unito. Attraverso di lui passa tutta la mantica, e l’arte sacerdotale concernente i sacrifici, le [203 a] iniziazioni e gli incantesimi e ogni specie di divinazione e di magia. Gli dèi non si mischiano con l’uomo, ma per mezzo di Amore è loro possibile ogni comunione e colloquio con gli uomini, in veglia o in sonno. E chi è dotto di queste arti, è un uomo demonico, ma chi è conoscitore di altre tecniche o mestieri non è che un generico. Ora, questi demoni sono molti e vari: uno di questi è anche Amore”. “E suo padre e sua madre, domandai, chi sono?”. “È cosa un po’ lunga da raccontare, rispose, ma a te la dirò. [b] Quando nacque Afrodite gli dèi tennero un banchetto, e fra gli altri anche Poro (Espediente) figlio di Metidea (Sagacia). Ora, quando ebbero finito, arrivò Penia (Povertà), siccome era stata gran festa, per mendicare qualcosa; e si teneva vicino alla porta. Poro intanto, ubriaco di nettare (il vino non esisteva ancora), inoltratosi nel giardino di Giove, schiantato dal bere si addormentò. Allora Penia, meditando se, contro le sue miserie, le riuscisse d’avere un figlio da Poro, gli si sdraiò accanto e rimase incinta di [c] Amore. Proprio cosí Amore divenne compagno e seguace di Afrodite, perché fu concepito il giorno della sua nascita, ed ecco perché di natura è amante del bello, in quanto anche Afrodite è bella. Dunque, come figlio di Poro e di Penia, ad Amore è capitato questo destino: innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere [d] delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista. E sortí una natura né immortale né mortale, ma a [e] volte, se gli va dritta, fiorisce e vive nello stesso giorno, a volte invece muore e poi risuscita, grazie alla natura del padre; ciò che acquista sempre gli scorre via dalle mani, cosí che Amore non è mai né povero né ricco. Anche fra [204 a] sapienza e ignoranza si trova a mezza strada, e per questa ragione nessuno degli dèi è filosofo, o desidera diventare sapiente (ché lo è già), né chi è già sapiente s’applica alla filosofia. D’altra parte, neppure gli ignoranti si danno a filosofare né aspirano a diventare saggi, ché proprio per questo l’ignoranza è terribile, che chi non è né nobile né saggio crede d’aver tutto a sufficienza; e naturalmente chi non avverte d’essere in difetto non aspira a ciò di cui non crede d’aver bisogno”. “Chi sono allora, o Diotima” replicai “quelli che s’applicano alla filosofia, se escludi i sapienti e gli ignoranti?”. “Ma lo vedrebbe anche un [b] bambino, rispose, che sono quelli a mezza strada fra i due, e che Amore è uno di questi. Poiché appunto la sapienza lo è delle cose piú belle ed Amore è amore del bello, ne consegue necessariamente che Amore è filosofo, e in quanto tale sta in mezzo fra il sapiente e l’ignorante. Anche di questo la causa è nella sua nascita: è di padre sapiente e ingegnoso, ma la madre è incolta e sprovveduta. E questa è proprio, o Socrate, la natura di quel demone. [c] Quanto alla tua rappresentazione di Amore, non c’è da meravigliarsi; perché tu credevi, per quanto posso dedurre dalle tue parole, che Amore fosse l’amato, non l’amante; e per questo, penso, Amore ti appariva bellissimo. E in realtà ciò che ispira amore è bello, delicato, perfetto e beato; ma l’amante ha un’altra natura, come t’ho spiegato”.

[…]

3 [206 a] […] – Riassumendo quindi, l’amore è desiderio di possedere il bene per sempre. – Verissimo, dissi io.

4 [b] – Poiché dunque l’amore è sempre questo, riprese lei, in quale modo e in quali azioni lo zelo e la tensione di coloro che lo perseguono possono essere chiamati amore? Quale sarà mai questa azione? Lo sai? – Certo non sarei sempre ammirato della tua sapienza, o Diotima, né verrei a scuola da te per imparare proprio queste cose, se le sapessi. – Te lo dirò io, allora: è la procreazione nel bello, secondo il corpo e secondo l’anima. – Un indovino ci vuole, per capirti. Io non intendo. – No, ma [c] te lo dirò io con piú chiarezza, riprese. Tutti gli uomini, o Socrate, sono pregni nel corpo e nell’anima, e quando giungono ad una certa età, la nostra natura fa sentire il desiderio di procreare. Non si può partorire nel brutto, ma nel bello, sí. L’unione dell’uomo e della donna è procreazione; questo è il fatto divino, e nel vivente destinato a morire questo è immortale: la gravidanza e la riproduzione. [d] Ma è impossibile che queste avvengano in ciò che è disarmonico. E il brutto è disarmonico a tutto ciò che è divino; il bello invece gli si accorda; cosí che Bellezza fa da Sorte (Moira) e da Levatrice (Ilitia) nella procreazione. Per questo quando la creatura gravida si accosta al bello diventa gaia e tutta lieta si espande, partorisce e procrea, ma quando si accosta al brutto, cupa e dolente si contrae, si attorciglia in se stessa e si ritorce senza procreare, ma trattiene dentro il suo feto soffrendo. Di qui s’ingenera l’impetuosa [e] passione per il bello nell’essere gravido e già turgido, perché il bello libera dalle atroci doglie chi lo possiede. E, a ben vedere, o Socrate, l’amore non è amore del bello, come pensi tu! – Ma di che cosa, allora? – Di procreare e partorire nel bello. – E sia, dissi. […]

(Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 696-700, 701-702)

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