Frasi

tormento

Amore e malattia in frasi e aforismi famosi

L’amore è una malattia senza la quale non si sta bene

L’amore è malattia o benessere?
Si potrebbe dire che è uno stato di benessere che fa stare male.
L’amore infatti produce estasi e tormento, appagamento ed ansia allo stesso tempo.
In primo luogo bisognerebbe provare a chiarire cosa si intende per amore, visto che la parola viene usata con tanti significati uno diverso e talora opposto all’altro. Alla fine di questa ricerca troveremo che esso è tutte queste cose.

Questi aforismi ce ne parlano con metafore tra il serio e il faceto.

  • Amore e tosse non si possono nascondere. Ovidio
  • L’amore è come il morbillo: dobbiamo passarci tutti. Jerome Klapka Jerome
  • L’amore è come le epidemie: più uno le teme, più è esposto al contagio. Nicolas de Chamfort
  • Amore è stare svegli tutta la notte con un bambino malato. O con un adulto molto in salute. David Frost
  • L’amore è come la febbre: nasce e si spegne senza che la volontà vi abbia alcuna parte. Stendhal
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Gli scienziati e la scienza in frasi e aforismi famosi

Comprendere il perchè delle cose

Leggete con attenzione il primo degli aforismi riportati, nel quale Einstein con la profondità e arguzia che gli erano propri rappresenta il tormento insito nella ricerca dei perché. Il bisogno di comprensione ha la stessa età dell’uomo. Dove non si riusciva a rompere il velo del mistero si provvedeva ad invocare esseri soprannaturali i quali pur sempre rappresentavano una risposta alle ansie di capire.

  • La teoria è quando si sa tutto e niente funziona. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché. Noi abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c’è niente che funzioni… e nessuno sa il perché! Albert Einstein
  • Non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono. Galileo Galilei
  • La scienza è il capitano, e la pratica sono i soldati. Leonardo da Vinci
  • Ho visto più lontano degli altri, perché stavo sulle spalle di giganti. Isaac Newton
  • L’esperto è una persona che ha fatto in un campo molto ristretto tutti i possibili errori. Niels Bohr
  • Posso misurare il moto dei corpi, non l’umana follia. Isaac Newton
  • Se ho fatto qualche scoperta di valore, ciò è dovuto più ad un’attenzione paziente che a qualsiasi altro talento. Isaac Newton
  • La gente di solito usa le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione. Mark Twain
  • Ogni medico dovrebbe essere ricco di conoscenze, e non soltanto di quelle che sono contenute nei libri; i suoi pazienti dovrebbero essere i suoi libri. Paracelso
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Confucio, Napoleone e altri. Frasi e aforismi sull'amore

Non solo baci e carezze

Questo sentimento che provoca sensazioni di ebbrezza, di sconforto, di esaltazione, di odio, di diffidenza, di gelosia, alla fine che cos’è. E’ la parola della quale e sulla quale si è scritto più di altre, in modo diretto come per metafore. Eccone alcuni esempi da Confucio ai nostri giorni.

  • L’amore eterno dura tre mesi. Confucio
  • L’amore è un concetto estensibile che va dal cielo all’inferno, riunisce in sé il bene e il male, il sublime e l’infinito. Carl Gustav Jung
  • Il tempo, che rafforza le amicizie, affievolisce l’amore. Jean de La Bruyère
  • Amore e amicizia si escludono a vicenda. Jean de La Bruyère
  • L’amore reca più male che bene. Napoleone Bonaparte
  • L’amore deve essere un piacere, non un tormento. Napoleone Bonaparte
  • Amore: quando la parola viene usata in maniera appropriata, non denota qualsiasi e ogni relazione tra i due sessi, ma soltanto una relazione in cui ci sia un grande coinvolgimento emotivo e che sia di natura psicologica e fisica. Russell, Bertrand
  • L’amore è come la fortuna: non gli piace che gli si corra dietro. Théophile Gautier
  • L’amore ha diritto di essere disonesto e bugiardo. Se è sincero. Marcello Marchesi
  • Perduto è tutto il tempo che in amor non si spende. Torquato Tasso
  • Nell’amore di gruppo c’è il vantaggio che uno, se vuole, può dormire. Woody Allen
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Frasi sull'amicizia, un sentimento che assomiglia all'amore

Ma l’amicizia esiste davvero?

Tra i sentimenti più controversi e difficili da definire. Potrebbe essere l’amore senza l’attrazione sessuale. Quando è possibile definire qualcuno un amico o come si suole dire “un vero amico”? Alberoni, nel suo saggio sull’amicizia, identifica l’amico con colui che incontri dopo non averlo visto tanti anni e gli parli come se vi foste lasciati il giorno prima. Provate a leggere qualcuna dellle frasi della raccolta che segue. Vi troverete di tutto a riprova che l’amicizia è desiderata, ma anche temuta. Perchè il tradimento di un amico è una ferita difficile da rimarginare

  • Non tutti sono convinti che esista l’amicizia. Volere e non volere le stesse cose, questa è la vera amicizia. Sallustio
  • Troppi amici, non abbastanza amicizia. Alphonse Karr
  • In amicizia non si può andare lontano se non si è disposti a perdonarsi scambievolmente i piccoli difetti. Jean La Bruyère
  • L’aforisma più indovinato sull’amicizia l’ha creato Aristotele, il quale, oltrepassando il paradosso e avvicinandosi ad una legge scientifica, affermò: “Cari amici, non ci sono amici”. Carl William Brown
  • Se sei amico dell’orso tieni vicina una scure. Proverbio Canadese
  • Riprendi l’amico in segreto e lodalo in palese. Leonardo da Vinci
  • L’amicizia è rara perché è scomoda. Roberto Gervaso
  • Il falso amico è come l’ombra che ci segue finché dura il sole. Carlo Dossi
  • Ciascuno mostra quello che è dagli amici che ha. Baltasar Gracián
  • E’ sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta. Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili. Marcello Marchesi
  • Tutti vogliono avere un amico, nessuno si occupa d’essere un amico. Alphonse Karr
  • L’amicizia non è altro che un nome. Napoleone Bonaparte
  • Una nuova conoscenza è un esperimento, un nuovo amico è un rischio. Pound, Ezra
  • Gli amici si dicono sinceri, ma in realtà sinceri sono i nemici. Arthur Schopenhauer
  • Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano. Giovanni Giolitti
  • Le amicizie non sono spiegabili e non bisogna spiegarle se non si vuole ucciderle. Max Jacob
  • Il denaro non può comprare degli amici, ma può procurarti una classe migliore di nemici. Spike Milligan
  • Può importarci poco degli uomini, ma abbiamo bisogno di un amico. Proverbio Cinese
  • Molti ti saranno amici finchè sarai felice, ma quando verrà il brutto tempo, resterai solo. Ovidio
  • La vera amicizia deve essere di natura disinteressata; è un sentimento molto simile all’amore per l’intera specie, è una naturale indole filantropica. Carl William Brown
  • L’amicizia è un tormento in più. Sören Kierkegaard
  • Bisogna scegliere per moglie solo una donna che, se fosse un uomo, si sceglierebbe per amico. Joseph Joubert
  • Non abbiamo tanto bisogno dell’aiuto degli amici, quanto della certezza del loro aiuto. Epicuro
  • Se si giudica l’amore dai suoi effetti principali, assomiglia molto di più all’odio che all’amicizia. François de La Rochefoucauld
  • Chi è amico di tutti non è amico di nessuno. Arthur Schopenhauer
  • Gli animali sono amici così simpatici: non fanno domande, non muovono critiche. George Eliot
  • Non ha amici l’uomo che non si è mai fatto dei nemici. Alfred Tennyson
  • Di tutte le cose che la saggezza procura per ottenere un’esistenza felice, la più grande è l’amicizia. Epicuro
  • Si decide in fretta di essere amici, ma l’amicizia è un frutto che matura lentamente. Aristotele
  • L’adulazione procura amici, la verità genera odio. Terenzio
  • Il vero amico si riconosce nell’avversa fortuna. Quinto Ennio
  • Gli amici vanno e vengono, i nemici si accumulano. Anonimo
  • Uno dei benefici dell’amicizia è di sapere a chi confidare un segreto. Alessandro Manzoni
  • Il povero, di solito, coltiva amicizie che non gli rendono nulla. Marziale
  • I libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante. Fernando Pessoa
  • Chiunque può simpatizzare col dolore di un amico, ma solo un animo nobile riesce a simpatizzare col successo di un amico. Oscar Wilde
  • Nulla è più pericoloso di un amico senza discernimento: perfino un nemico prudente è preferibile. Jean de La Fontaine
  • L’amicizia è il vino della vita. Edward Young
  • C’è un criterio quasi infallibile per stabilire se un uomo ti è veramente amico: il modo in cui riporta giudizi ostili o scortesi sulla tua persona. Theodor Adorno
  • I piaceri sensuali passano e svaniscono in un batter d’occhio, ma l’amicizia tra noi, la reciproca confidenza, le delizie del cuore, l’incantesimo dell’anima, queste cose non periscono, non possono essere distrutte. Ti amerò fino alla morte. Voltaire
  • La tua amicizia ha spesso polverizzato il mio cuore. Ti prego, sii mio nemico, in nome dell’amicizia. William Blake
  • Non è apprezzabile chi è troppo facile all’amicizia né chi troppo vi esita; per amore dell’amicizia bisogna anche rischiare il proprio amore. Anonimo
  • L’unico modo per farti un amico è essere un amico. Ralph Waldo Emerson
  • Non dee l’uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore. Dante Alighieri
  • Tutti abbiamo bisogno di amici, alle volte. Oscar Wilde

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L'amore e il tormento di Salvatore Quasimodo

L’amore e il tormento di Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo è nato a Modica in Sicilia il 20 agosto del 1901 ed è morto a Napoli il 14 giugno del 1968. Infanzia e adolescenza difficili, studi tecnici non proprio in sintonia con la sua forte sensibilità umanistica e un impiego presso il Ministero dei Lavori Pubblici fino al trasferimento nel 1934 a Milano che segna una svolta nella sua vita. L’esperienza tragica e sconvolgente della seconda guerra mondiale, il profondo convincimento che l’imperativo categorico fosse quello di “rifare l’uomo” e che ai poeti spettasse un ruolo importante in questa ricostruzione, fecero sì che Quasimodo sentisse inadeguata ai tempi una poesia troppo soggettiva e si aprisse a un dialogo più aperto e cordiale, soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore, al suo stile. Nel 1959 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Il Sud, dov’era nato e cresciuto, rimane sempre nel cuore del poeta. Questo Lamento per il sud ne è una testimonianza straordinaria.

Lamento per il sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

Il web è ricco di informazioni su Salvatore Quasimodo. Oltre alla presenza in Facebook e Youtube vogliamo segnalare e raccomandare di visitare la pagina su Myspace realizzata nell’ambito del Progetto Q – Cantare la poesia da Francesco Sicari e Alessandro Quasimodo, il primo musicista e compositore, il secondo figlio del poeta: l’idea che anima il progetto è quello di mettere in musica le liriche di Salvatore Quasimodo.

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Frasi sull'amore di Catullo

Il cantore dell’amore per antonomasia

Catullo è un poeta latino vissuto tra l’87 e il 54 avanti Cristo anche se va detto che la sua biografia è incerta. Gli storici non concordano nè sui luoghi di nascita e di morte, nè sulle rispettive date. I luoghi ni nascita e morte più accreditati rimangono Verona e Roma.

Catullo non partecipò mai attivamente alla vita politica, anzi voleva fare della sua poesia un ludus fra amici, una poesia leggera e lontana dagli ideali politici tanto osannati dai letterati del tempo (a riguardo si veda il carme: “Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere / nec scire utrum sis albus an ater homo” “Non mi interessa affatto piacerti, Cesare, nè sapere se tu sia bianco o nero”).

Nel 62 conobbe Lesbia, la donna che amò e che influenzò la sua poesia per tutta la vita, a cui dedicò alcune poesie tra le quali la famosa Vivamus mea Lesbia, atque amemus.

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Alcune tra le sue frasi d’amore rimaste più famose.

Dice la mia donna che non sarà di nessuno, soltanto mia, dovesse tentarla pure Giove. Dice: ma ciò che donna dice a un amante, Scrivilo nel vento o nell’acqua che va rapida.

Dammi 1000 baci e quindi 100 e quindi altri 1000 ed altri 100 e poi di nuovo 1000 e ancora 100.

Amo e odio, forse mi chiedi perché. Non lo sò ma è così; me ne accorgo e mi tormento.

È difficile far finire improvvisamente un amore che dura da tanto.

Non inseguire chi fugge, non vivere in pena, soffri con animo fermo, sopporta, resisti.

Ti odio e ti amo. Ti Chiederai come faccia!
Non so, ma avviene ed è la mia tortura.

È difficile guarire di colpo d’un amore durato a lungo.

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Frasi sull’amore di William Shakespeare

Frasi sull’amore di William Shakespeare

Drammaturgo e poeta inglese, Le sue opere sono state tradotte nelle maggiori lingue e inscenate in tutto il mondo. Inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nella lingua quotidiana inglese. Negli anni, molti studiosi si sono interessati alla vita di Shakespeare, portando alla luce questioni riguardo alla sua sessualità e religiosità.

Per altre notizie su William Shakespeare, puoi andare alla sua pagina su Wikipedia Cliccando qui

Più che di frasi si tratta di vere composizioni poetiche.

Lo splendore del suo viso
farebbe impallidire di vergogna quelle stelle,
come la luce del giorno fa impallidire
la fiamma di un lume
e gli occhi suoi in cielo irradierebbero
l’etere di un tale splendore
che gli uccelli comincerebbero a cantare
credendo la notte finita….

La ricchezza del mio cuore è infinita come il mare,
così profondo il mio amore: più te ne do, più ne ho,
perché entrambi sono infiniti.

Quanto più chiudo gli occhi, allora meglio vedono,
perché per tutto il giorno guardano cose indegne di nota;
ma quando dormo, essi nei sogni vedono te,
e, oscuramente luminosi, sono luminosamente diretti nell’oscuro.

Allora tu, la cui ombra le ombre illumina,
quale spettacolo felice formerebbe la forma della tua ombra
al chiaro giorno con la tua assai più chiara luce,
quando ad occhi senza vista la tua ombra così splende!

Quanto, dico, benedetti sarebbero i miei occhi,
guardando a te nel giorno vivente,
quando nella morta notte la tua bella ombra imperfetta,
attraverso il greve sonno, su ciechi occhi posa!
Tutti i giorni sono notti a vedersi, finché non vedo te,
e le notti giorni luminosi, quando i sogni si mostrano a me.

Come il cibo alla vita sei per me,
come alla terra acquazzoni di maggio,
e per tuo amore così mi tormento
come per l’oro suo pena l’avaro
che del possesso ora esulta, ma già
teme che i suoi tesori involi il tempo:
e ora bramo di starti unico accanto
ora che il mondo ammiri il mio piacere,
sazio talor soltanto del vederti,
poi subito affamato di uno sguardo;
e non v’è gioia ch’io tenga o insegua,
se da te non l’attendo o non m’avanza.
Così divoro e languo ognor, vorace
tutto afferrando o morendo di fame.

Quando ti disporrai a ignorarmi
l’occhio sprezzante volgendo ai miei meriti
avverso a me combatterò al tuo fianco:
spergiuro sei, ti proverò valente.
Assai conosco la mia debolezza
e a difenderti inventerò una storia
di colpe che mi macchiano in segreto
sì che ti venga, a perder me, gran gloria.
Ma così fra chi vince anch’io sarò,
ché i pensieri amorosi in te riparo,
tutti, e se i torti che in me stesso volgo
ti dan vantaggio, a me doppio lo danno.
Tale è il mio amore, così t’appartengo
che per darti valor m’addosso il peggio.

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Platone e l'amore. Il delirio dell'amore nel Simposio di Platone

Platone e l’amore

Nel Simposio Platone mette sulla bocca di Diotima la propria concezione di amore-Éros, figlio di Póros e di Penía. Quando nella discussione sull’amore è la volta di Socrate, egli – fedele all’immagine del saggio che non sa – riferisce un discorso che dice di aver sentito dalla saggia Diotima. Come si legge nel Fedro, per Platone amore è “delirio” e follia. Se qualcuno considera l’Amore “bello” – continua Diotima – è perché ha pensato che “Amore fosse l’amato, non l’amante”: l’oggetto dell’amore – l’amato – appare indubbiamente bellissimo, ma Amore è il sentimento che afferra l’amante e lo fa soffrire e delirare, è tormento e dramma nella ricerca dell’amato. Proprio per questo Amore svolge una funzione positiva: esso è desiderio di ciò che non si ha, desiderio del Bello e del Bene.

Simposio, 201 d-204 c, 206 a-e

1 [201 d] Dirò invece il discorso su Amore che ho ascoltato una volta da una donna di Mantinea, di nome Diotima, la quale era dotta su questa e molte altre questioni. Facendo fare dei sacrifici agli Ateniesi prima della peste, ritardò l’epidemia di dieci anni; e fu proprio lei che mi istruí nelle cose d’amore … Mi proverò dunque a riportarvi cosí da me solo, per quanto mi riuscirà, il discorso che mi tenne lei, partendo dai punti sui quali già siamo d’accordo io e Agatone. Naturalmente, o Agatone, è bene discutere come tu hai spiegato, in primo luogo [e] chi è Amore nella sua essenza e natura, e in seguito le sue opere. Ora mi par piú facile parlarne nell’ordine che tenne allora la straniera, interrogandomi. Perché anch’io le dicevo quasi le stesse cose che ora Agatone sosteneva con me, che cioè Amore è un gran dio e ama le cose belle. Lei allora mi provava, con gli stessi argomenti che ho tenuto ora contro di lui, che Amore, secondo il mio stesso discorso, non era bello né buono. E io: “Che dici mai, o Diotima? Amore è forse brutto e cattivo?”. E lei: “Non bestemmiare;” rispose “o credi forse che ciò che non sia bello debba essere brutto?”. [202 a] “Sicuramente!”. “E cosí ciò che non è sapiente, ignorante? Ma non t’accorgi che c’è qualcosa di mezzo fra sapienza e ignoranza?”. “Che cosa?”. “Giudicare con giustezza, anche senza essere in grado di darne ragione. Non sai che ciò appunto non è scienza – perché dove non si sa dar ragione come potrebbe esservi scienza? Né ignoranza – giacché ciò che coglie il vero come potrebbe essere ignoranza? Orbene qualcosa di simile è la giusta opinione, qualcosa di mezzo fra l’intendere e l’ignoranza”. “È verissimo” le dissi. “Non conseguirne, dunque, che una cosa non bella sia necessariamente brutta, né una cosa non buona, cattiva. Cosí anche Amore, poiché tu stesso [b] concordi che non è buono né bello, non credere piú in alcun modo che debba essere cattivo e brutto, ma qualcosa di mezzo fra questi due estremi”. “E però, risposi io, tutti pensano d’accordo che sia un grande dio”. “Quali tutti? Quelli che non sanno o anche quelli che sanno?”. “Tutti, tutti, dico”. E lei ridendo: “E come possono mai [c] sostenere concordi, o Socrate, che Amore sia un grande dio, coloro che affermano che egli non è neppure dio?”. “E chi sono questi?” esclamai. “Uno, rispose, sei proprio tu, un’altra, io”. E io: “Come sarebbe a dire?”. “È facile, rispose lei, perché rispondimi: non ritieni tutti gli dèi felici e belli? Oseresti dire che qualche dio non è bello e felice?”. “Per Giove, no di certo” risposi. “E del resto non chiami felici coloro che possiedono bontà e [d] bellezza?”. “Sicuro!”. “Ma Amore, l’hai ammesso, proprio perché è privo di bontà e bellezza, desidera questi beni che non ha”. “Già, l’ho ammesso”. “E come potrebbe essere dio quello a cui mancano bellezza e bontà?”. “Temo che non potrebbe in alcun modo”. “Vedi dunque che anche tu pensi che Amore non sia un dio?”.

2 “Ma cosa sarebbe allora, esclamai, questo Amore? un mortale?”. “Niente affatto”. “Ma allora cos’altro è?”. “Come nel caso di prima, qualcosa di mezzo fra mortale e immortale”. “Che è dunque, o Diotima?”. “Un demone grande, o Socrate. E difatti ogni essere [e] demonico sta in mezzo fra il dio e il mortale”. “E qual è la sua funzione?” domandai. “Di interpretare e di trasmettere agli dèi qualunque cosa degli uomini, e agli uomini qualunque cosa degli dèi; e di quelli cioè reca le preghiere e i sacrifici, di questi invece i voleri e i premi per i sacrifici. In mezzo fra i due, colma l’intervallo sicché il tutto risulti seco stesso unito. Attraverso di lui passa tutta la mantica, e l’arte sacerdotale concernente i sacrifici, le [203 a] iniziazioni e gli incantesimi e ogni specie di divinazione e di magia. Gli dèi non si mischiano con l’uomo, ma per mezzo di Amore è loro possibile ogni comunione e colloquio con gli uomini, in veglia o in sonno. E chi è dotto di queste arti, è un uomo demonico, ma chi è conoscitore di altre tecniche o mestieri non è che un generico. Ora, questi demoni sono molti e vari: uno di questi è anche Amore”. “E suo padre e sua madre, domandai, chi sono?”. “È cosa un po’ lunga da raccontare, rispose, ma a te la dirò. [b] Quando nacque Afrodite gli dèi tennero un banchetto, e fra gli altri anche Poro (Espediente) figlio di Metidea (Sagacia). Ora, quando ebbero finito, arrivò Penia (Povertà), siccome era stata gran festa, per mendicare qualcosa; e si teneva vicino alla porta. Poro intanto, ubriaco di nettare (il vino non esisteva ancora), inoltratosi nel giardino di Giove, schiantato dal bere si addormentò. Allora Penia, meditando se, contro le sue miserie, le riuscisse d’avere un figlio da Poro, gli si sdraiò accanto e rimase incinta di [c] Amore. Proprio cosí Amore divenne compagno e seguace di Afrodite, perché fu concepito il giorno della sua nascita, ed ecco perché di natura è amante del bello, in quanto anche Afrodite è bella. Dunque, come figlio di Poro e di Penia, ad Amore è capitato questo destino: innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere [d] delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista. E sortí una natura né immortale né mortale, ma a [e] volte, se gli va dritta, fiorisce e vive nello stesso giorno, a volte invece muore e poi risuscita, grazie alla natura del padre; ciò che acquista sempre gli scorre via dalle mani, cosí che Amore non è mai né povero né ricco. Anche fra [204 a] sapienza e ignoranza si trova a mezza strada, e per questa ragione nessuno degli dèi è filosofo, o desidera diventare sapiente (ché lo è già), né chi è già sapiente s’applica alla filosofia. D’altra parte, neppure gli ignoranti si danno a filosofare né aspirano a diventare saggi, ché proprio per questo l’ignoranza è terribile, che chi non è né nobile né saggio crede d’aver tutto a sufficienza; e naturalmente chi non avverte d’essere in difetto non aspira a ciò di cui non crede d’aver bisogno”. “Chi sono allora, o Diotima” replicai “quelli che s’applicano alla filosofia, se escludi i sapienti e gli ignoranti?”. “Ma lo vedrebbe anche un [b] bambino, rispose, che sono quelli a mezza strada fra i due, e che Amore è uno di questi. Poiché appunto la sapienza lo è delle cose piú belle ed Amore è amore del bello, ne consegue necessariamente che Amore è filosofo, e in quanto tale sta in mezzo fra il sapiente e l’ignorante. Anche di questo la causa è nella sua nascita: è di padre sapiente e ingegnoso, ma la madre è incolta e sprovveduta. E questa è proprio, o Socrate, la natura di quel demone. [c] Quanto alla tua rappresentazione di Amore, non c’è da meravigliarsi; perché tu credevi, per quanto posso dedurre dalle tue parole, che Amore fosse l’amato, non l’amante; e per questo, penso, Amore ti appariva bellissimo. E in realtà ciò che ispira amore è bello, delicato, perfetto e beato; ma l’amante ha un’altra natura, come t’ho spiegato”.

[…]

3 [206 a] […] – Riassumendo quindi, l’amore è desiderio di possedere il bene per sempre. – Verissimo, dissi io.

4 [b] – Poiché dunque l’amore è sempre questo, riprese lei, in quale modo e in quali azioni lo zelo e la tensione di coloro che lo perseguono possono essere chiamati amore? Quale sarà mai questa azione? Lo sai? – Certo non sarei sempre ammirato della tua sapienza, o Diotima, né verrei a scuola da te per imparare proprio queste cose, se le sapessi. – Te lo dirò io, allora: è la procreazione nel bello, secondo il corpo e secondo l’anima. – Un indovino ci vuole, per capirti. Io non intendo. – No, ma [c] te lo dirò io con piú chiarezza, riprese. Tutti gli uomini, o Socrate, sono pregni nel corpo e nell’anima, e quando giungono ad una certa età, la nostra natura fa sentire il desiderio di procreare. Non si può partorire nel brutto, ma nel bello, sí. L’unione dell’uomo e della donna è procreazione; questo è il fatto divino, e nel vivente destinato a morire questo è immortale: la gravidanza e la riproduzione. [d] Ma è impossibile che queste avvengano in ciò che è disarmonico. E il brutto è disarmonico a tutto ciò che è divino; il bello invece gli si accorda; cosí che Bellezza fa da Sorte (Moira) e da Levatrice (Ilitia) nella procreazione. Per questo quando la creatura gravida si accosta al bello diventa gaia e tutta lieta si espande, partorisce e procrea, ma quando si accosta al brutto, cupa e dolente si contrae, si attorciglia in se stessa e si ritorce senza procreare, ma trattiene dentro il suo feto soffrendo. Di qui s’ingenera l’impetuosa [e] passione per il bello nell’essere gravido e già turgido, perché il bello libera dalle atroci doglie chi lo possiede. E, a ben vedere, o Socrate, l’amore non è amore del bello, come pensi tu! – Ma di che cosa, allora? – Di procreare e partorire nel bello. – E sia, dissi. […]

(Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 696-700, 701-702)

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