La Cultura e i suoi paladini

app-culturaTra le categorie di attivisti “social” più prolifici c’è sicuramente quella dei sostenitori e difensori della “cultura”. Non passa giorno che qualche illuminato rappresentante del popolo non ci ricordi che “si deve ripartire dalla cultura”, “che con la cultura si può e si deve mangiare”. Tali affermazioni si accompagnano solitamente a iniziative volte a incrementare il business turistico, e quindi il discorso potrebbe finire qui.

Tuttavia Giangiacomo Feltrinelli disse che “la parola Cultura mi appare gigantesca, enorme, degna di non essere scomodata di continuo.”

Cos’è quindi la cultura? Partiamo dalla sua etimologia e dal suo originario significato latino: cultura, deriva da colĕre «coltivare». Visto che si coltiva per ottenere dei frutti, basiamo un ragionamento sull’idea “pragmatica” che la cultura sia legata alla capacità di creare e dar vita a qualcosa di nuovo, piuttosto che riferirci soltanto alle radici, ovvero al patrimonio artistico e monumentale, o al complesso di usi e costumi che identificano ogni gruppo etnico.

La cultura di un popolo è qualcosa che tutti i giorni si rinnova, per forza di necessità, e l’innovazione è l’unica strada per preservare una cultura. Innovazione, anch’essa parola di l’origine latina, da “Novare” far nuovo, ovvero, alterare l’ordine delle cose stabilite per fare cose nuove, o fare le stesse cose che si fanno da secoli, ma in modo nuovo. Il presupposto per innovare, può non essere una profonda conoscenza della realtà in cui viviamo? 

Disse Antonio Gramsci che la “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.” 

Le nuove tecnologie hanno cambiato e stanno cambiando dal profondo il nostro mondo. Non credo che i bisogni fondamentali siano cambiati, ma il modo in cui si fanno le cose sì, eccome. Le comunicazioni, l’industria, la finanza, la produzione, i trasporti sono totalmente diversi rispetto agli anni 90, e non parliamo di preistoria.

Torniamo alla domanda di prima. La capacità di fare cultura, può prescindere dalla conoscenza del mondo? Penso di no.

Un popolo che, partendo dalle proprie radici, non sa rinnovarsi è destinato al declino. Le competenze, cioè la capacità di fare, si sposterà naturalmente nei luoghi dove si fa innovazione, che è l’essenza della vera cultura. E allora per noi, che abbiamo uno sguardo nostalgico verso il passato e che guardiamo con paura al futuro, per fare davvero cultura, innanzitutto, paradossalmente, ci vorrebbe una rivoluzione culturale.


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