Poesie

George Gordon Byron

Poesie d’amore di George Byron: Versi alla notizia che lady Byron era ammalata

E tu eri triste – ma non ero con te;
E tu eri ammalata – ma non ti ero accanto;
Credevo che gioia e salute fossero soltanto
Dove io non ero – e qui con me pena e dolore!
È vero dunque? È come presagivo, e lo sarà
Ancora più, perché lo spirito si volge
Contro se stesso, e giace freddo il cuore naufragato
E il tedio aduna le spoglie disperse.
Non è nella bufera o nella lotta
Che ci sentiamo inebetiti e vorremmo
Non esistere più; ma è poi nel silenzio, sulla riva
Quando tutto, tranne un poco di vita, è perduto.
Troppa vendetta! Ma era mio diritto;
Tu non eri inviata come Nemesi a punire
Le mie colpe pur gravi, né il Cielo aveva scelto
Uno strumento a me così vicino.
Ai pietosi è accordata la pietà!
Se tu lo fossi stata ora l’avresti.
Sono chiuse le tue notti ai reami del sonno!
Ti aduleranno forse, ma proverai un’angoscia
Cupa che non si sanerà: hai per guanciale
Una maledizione troppo grave; hai seminato
Nel mio dolore ed è tempo che tu mieta
La messe amara di una pena uguale!
Molti nemici ho avuto, ma come te nessuno,
Perché dagli altri avrei dovuto guardarmi
E vendicarmi, o rendermeli amici;
Ma tu, implacabile e sicura, nulla avevi
Da temere, difesa dalla tua stessa debolezza
E dal mio amore, che solo troppo ha dato e ha risparmiato,
Per amor tuo, chi non avrebbe dovuto risparmiare.
Così su ciò che dice il mondo – credi alla tua verità
E alla burrascosa fama dei miei anni di ribelle -,
Su cose non vere e su altre che lo sono,
Anche su tali basi ha costruito
Un monumento cementato con la colpa!
Del tuo signore virtuosa Clitemnestra,
Hai abbattuto con spada insospettata
Fama pace speranza e quella vita migliore
Che senza il freddo tradimento del tuo cuore
Dalla tomba della lite avrebbe potuto risorgere
E, non che lasciarsi, trovare compito più nobile.
Mi hai fatto un vizio delle tue virtù
Commerciando con esse freddamente
Per la rabbia d’oggi e l’oro di domani
E comprando il dolore altrui a ogni costo.
Così, una volta entrata in vie tortuose,
La nuda verità, ch’era tuo vanto,
Non ti camminò più accanto, ma talora
(E il cuore ignorava i suoi delitti)
Gli inganni, le asserzioni contrastanti,
Gli equivoci, i pensieri che dimorano
In spiriti doppi come Giano, l’occhio eloquente
Che sa mentire col silenzio, la scusa
Della prudenza e i vantaggi annessi,
L’acquiescenza a tutto ciò che mira
(Non conta come) al fine che si brama,
Tutto trovò posto nella tua filosofia.
Validi i mezzi, lo scopo è conquistato:
Non vorrei farti quel che hai fatto a me!

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Poesie d’amore di George Byron: Stanze ad Augusta (2)

I
Quando tutto era triste e buio intorno
E la ragione celava quasi il suo raggio
E la speranza non dava che una scintilla morente
Che ancor più mi sviava nella mia strada solitaria;

II
In quella notte profonda dello spirito,
In quella lotta segreta del cuore
Quando per non sembrare troppo teneri,
I deboli disperarono, i freddi s’allontanarono;

III
Quando mutò fortuna e fuggì lontano amore
E fitte e rapide volarono le frecce dell’odio,
Tu fosti la stella solitaria
Che sorse e più non tramontò.

IV
Oh sia benedetta la tua luce continua
Che mi vegliò come l’occhio d’un serafino
E, tra la notte e me, mi stette accanto
Dolcemente brillando per sempre.

V
E quando su di noi scese la nube
Che tentò d’offuscare il tuo raggio,
Più pura si diffuse la sua fiamma
Gentile, e dissipò la tenebra.

VI
Dimori ancora il tuo spirito nel mio
E gli insegni ad affrontare e a sopportare:
Ci sono più cose in una tua dolce parola
Che nel biasimo di un mondo che ho sfidato.

VII
Tu fosti salda come è saldo un albero
Leggiadro, che non si spezza ma si curva
Delicato e ancora, fedele ed amoroso,
fa ondeggiare i suoi rami su una tomba.

VIII
Potevano i venti fare strazio, i cieli
Diluviare, ma là tu eri e sarai sempre
Votata a spargere, quanto più forte è la bufera,
Le tue foglie piangenti su di me.

IX
Ma tu e i tuoi cari non appassirete
Qualunque possa essere il mio fato,
Perché il cielo compenserà col sole
Chi fu cortese, e più d’ogni altro, te.

X
Dunque i legami d’un amore fragile
Si spezzino: i tuoi mai si spezzeranno:
Benché sensibile, il tuo cuore starà saldo;
Benché dolce, la tua anima mai si turberà.

XI
E queste cose, quando tutto era perduto,
Io le ho trovate, e ancora in te son ferme;
E la terra, benché provato sia il mio cuore,
Non è un deserto, neppure per me.

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Poesie d’amore di George Byron: Epistola ad Augusta

I
Sorella mia! Dolce sorella mia! Se vi fosse
Un nome più caro e puro, dovrebbe essere tuo.
Monti e mari ci dividono, ma non chiedo
Lacrime, sì tenerezza che alla mia risponda.
Dovunque io vada, sei per me la stessa,
Rimpianto amato al quale non rinuncio;
Due cose ho ancora nel mio destino:
Un mondo in cui vagare e una casa con te.

II
Se nulla fosse il primo, e avessi l’altra,
Sarei nel porto della mia felicità;
Ma tu hai altri doveri, altri legami,
Ed è mio desiderio rispettarli.
Strano destino ha il figlio di tuo padre,
Irrevocabile, perché senza rimedio;
L’antico fato del nostro avo è opposto al suo:
Egli non ebbe pace in mare, io sulla terra.

III
Se in altri elementi sta la mia
Eredità di tempeste, se sulle rocce
Di pericoli ignorati o imprevedibili ho sopportato
La mia parte di colpi terreni, fu mio
Lo sbaglio, e non cerco di nascondere
I miei errori con difese assurde.
Io fui l’artefice della mia caduta,
Il pilota attento della mia sventura.

IV
Fu mia la colpa, e mio ne sia il compenso.
Tutta la mia esistenza fu una lotta, da che il giorno
Che mi diede la vita mi diede insieme quanto
Sciupava a quel dono – fato o volontà devianti;
E a volte trovai dura la battaglia
E pensai di disfarmi dei miei vincoli di creta:
Ma un poco ora vorrei vivere, almeno
Per vedere cosa la sorte può serbarmi.

V
Di regni e imperi, nei miei brevi giorni,
Ho veduto la fine, pure vecchio non sono;
E quando guardo a ciò, la lieve spuma
Dei miei anni d’affanno, ribollenti
Come marosi selvaggi nella baia, si disperde:
Qualcosa, io non so che, sorregge ancora
Uno spirito tenue di costanza: non invano,
Pur se fine a se stessa, abbiamo pena.

VI
Forse in me s’agita l’effetto del disprezzo,
O forse una disperazione fredda che nasce
Quando consueti ricorrono i mali; forse
Un clima più mite, un’aria più pura (anche così
Può l’anima mutare e noi impariamo
A reggere una corazza più leggera)
Mi hanno insegnato una quiete strana, che non era
La prima compagna di una sorte più tranquilla.

VII
A volte quasi provo le emozioni
Dell’infanzia felice; ruscelli, alberi, fiori
Mi ricordano i luoghi in cui vivevo
Prima che ai libri offrissi in sacrificio
La mia giovane mente, e come un tempo mi assalgono,
E il cuore si commuove a riconoscerli;
Potrei anche pensare a tratti di incontrare
Un essere da amare, vivo, ma nessuno come te.

VIII
Qui i paesaggi alpini offrono
Ricchezza di contemplazione: ammirare
È sentimento breve che non dura.
Ma queste scene ispirano qualcosa
Di più alto: qui essere soli non rattrista,
Perché ho visto molte cose che potrei desiderare
E soprattutto posso scorgere un lago
Più bello – non più caro – del nostro d’un tempo.

IX
Oh se soltanto tu fossi con me! Ma io divengo
Il giullare dei miei stessi desideri e scordo
Che la solitudine tanto celebrata
Per questo solo rimpianto ha già perduto
Il suo pregio; forse altri li so meglio
Dissimulare: non sono d’umore malinconico,
Pure sento che la mia filosofia vien meno
E una marea mi sale nell’occhio che è mutato.

X
Ti ho ricordato il nostro caro lago
Presso il vecchio castello che non sarà più mio.
Il Lemano è bello, ma non pensare che rinunzi
Al dolce ricordo di una sponda più cara:
Della mia memoria triste rovina deve fare il tempo
Prima che esso o tu fuggiate da questi occhi,
Benché siate, come tutto ciò che ho amato,
Da me lontani o divisi per sempre.

XI
Dinanzi a me sta il mondo intero; alla Natura
Io chiedo solo ciò che mi darà:
Riscaldarmi al suo sole d’estate,
Confondermi nella pace del suo cielo,
Vederne il volto gentile senza veli
E non guardarla mai indifferente.
Fu la mia prima amica, ora sarà
La mia sorella, finché non ti rivedrò.

XII
Posso reprimere tutti i sentimenti, ma non questo:
Non lo vorrei, perché qui vedo aperte
Vedute pari a quelle dove iniziai la vita.
Eran le prime, i miei soli sentieri
Se avessi imparato per tempo a fuggire la folla
Sarei migliore di quanto ora non sia, le passioni
Che mi hanno straziato avrebbero dormito;
Io non avrei sofferto, tu non avresti pianto.

XIII
Con la falsa Ambizione, che avevo a che fare?
Con l’Amore poco, con la Fama ancor mano;
Ma non cercati vennero e crebbero con me
Dandomi quel che potevano: un nome.
Pure, non questo era il fine che inseguivo:
Certo un tempo miravo a più nobile scopo.
Ora tutto è finito: mi aggiungo ai milioni
Di vinti scomparsi prima di me.

XIV
Circa il futuro, il futuro di questo mondo
Può richiedere poco del mio impegno;
Mi sono sopravvissuto molti giorni,
Di molte cose ho veduto la fine;
Non c’è stato sonno nei miei anni, ma un bottino
Di vigilie incessanti, perché la vita che ho vissuto
Avrebbe potuto colmare un secolo, prima
Che un quarto fosse trascorso accanto a me.

XV
Per il resto che ancora deve accadere,
Io sono pronto; verso il passato non mi sento
Ingrato, perché nella folla delle lotte
Si è insinuata a volte la felicità;
Quanto al presente, non vorrei oltre soffocare
Quel che sento. E non nasconderò che, pur così,
Posso ancora guardarmi intorno e adorare
Con pensieri profondi la Natura.

XVI
Quanto a te, mia dolce sorella, del tuo cuore
Io mi sento sicuro, come tu del mio;
Noi fummo e siamo – io sono come te –
Esseri che mai potranno rinunciare
L’uno all’altro; uniti o divisi non conta;
Dall’inizio della vita al suo lento declino
Noi siamo avvinti insieme: venga lenta o rapida
La morte, il primo legame sarà eterno!

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Poesie d’amore di George Byron: Ella passa radiosa

I.

Ella passa radiosa, come la notte
Di climi tersi e di cieli stellati;
Tutto il meglio del buio e del fulgore
S’incontra nel suo sguardo e nei suoi occhi
Così addolciti a quella luce tenera
Che allo sfarzo del giorno nega il cielo.

II.

Un’ombra in più, un raggio in meno, avrebbero
Guastato in parte la grazia senza nome
Che ondeggia sulla sua treccia corvina
O dolcemente le illumina in volto,
Dove pensieri limpidi e soavi
Pura svelano e preziosa la dimora.

III.

Su quella guancia, sopra quella fronte,
Così dolci, serene ma eloquenti,
I sorrisi avvincenti, i colori accesi
Parlano di giorni volti al bene,
Di un animo che qui con tutto è in pace,
Di un cuore che ama innocente!

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Poesie d’amore di George Byron: Stanze ad Augusta (1)

I

Anche se il giorno del mio destino era finito
E tramontata la stella del mio fato,
Il tuo cuore indulgente non volle trovare
Le colpe che molti scorgevano in me;
Anche se la tua anima sapeva il mio dolore,
Non esitò a dividerlo con me
E quell’amore che si è dipinto
Il mio spirito l’ha trovato solo in te.

II

Così quando intorno mi sorride la natura,
Ultimo sorriso che risponde al mio,
Io non credo che essa m’inganni
Poiché mi ricorda il tuo sorriso;
E quando i venti combatton con l’oceano
Come con me i cuori in cui credevo,
Se i marosi mi danno il turbamento
È perché m’allontano da te.

III

Benché la roccia della mia ultima speranza
Sia in pezzi, e nel fondo dell’onda i suoi frammenti,
Benché senta che la mia anima è votata
Alla pena, essa non sarà sua schiava.
Molti sono i tormenti che mi inseguono:
Possono annientarmi, non spezzarmi,
Possono torturarmi, non domarmi;
È a te che io penso, non a loro.

IV

Benché umana tu non m’ingannasti
Benché donna non m’abbandonasti
Benché amata evitasti di ferirmi
Benché calunniata non tremasti mai
Benché fidata non mi rinnegasti
Benché divisa non fu per fuggire
Benché vigile non fu per diffamarmi
Né fosti muta perché sparlasse il mondo.

V

Pure non biasimo, non disprezzo il mondo
Né la guerra dei molti a uno solo;
Se apprezzarlo non poteva la mia anima,
Fu follia non fuggirlo prima:
E se molto mi è costato quell’errore,
Ben più di quanto prevedessi un tempo,
Ho scoperto, qualunque cosa m’abbia tolto,
Che non poteva privarmi di te.

VI

Dal naufragio del passato, che è già morto,
Questo almeno posso riportare:
Mi ha insegnato che quanto ho più amato
Meritava che mi fosse tanto caro.
Nel deserto sgorga una sorgente,
C’è ancora un albero nel deserto sconfinato,
Canta un uccello nella solitudine
E parla al mio spirito di te.

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