Poesie

Giosuè Carducci

Il canto dell'amore di Carducci - L'amore in versi

Giosué Carducci (1835 – 1907) ha lasciato una forte impronta nella letteratura italiana. Uomo dall’espressione severa, come mostrano le immagini che ci sono tramandate, laico convinto, portato alla polemica, ci ha lasciato composizioni di un toccante lirismo di cui sono un esempio i sonetti composti per la morte del fratello Dante e del figlioletto, anch’esso di nome Dante e “Davanti a San Guido”.
Il suo Canto dell’amore, del quale riportiamo i versi finali, è la rappresentazione di uno stato d’animo così impregnato di felicità interiore da fare dimenticare i contrasti più profondi che hanno segnato la sua vita. Egli, laico convinto si rivolge al Papa, chiamandolo pur sempre cittadino Mastai e lo invita ad un brindisi liberatorio. L’amore che lo anima in quel momento lo porta ad amare anche gli avversari più irriducibili.

Che m’importa di preti e di tiranni?
Ei son più vecchi de’ lor vecchi dei.
Io maledissi al papa or son dieci anni,
Oggi co ‘l papa mi concilierei.
Povero vecchio, chi sa non l’assaglia
Una deserta volontà d’amare!
Forse, ei ripensa la sua Sinigaglia
Sí bella a specchio de l’adriaco mare.
Aprite il Vaticano. Io piglio a braccio
Quel di sé stesso antico prigionier.
Vieni: a la libertà brindisi io faccio:
Cittadino Mastai, bevi un bicchier!

Questi versi, imparati a memoria ai tempi del liceo, me li recito nei momenti in cui tutto mi appare nero, e come d’incanto dietro le nubi riappare il sole.

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L'amore nella poesia di Sandro Bondi

Sandro Bondi è quel che si dice l’uomo giusto al posto giusto. Un sommo artista a dirigere il Ministero dei Beni Culturali. Oggi magari ci ridiamo sopra ma, tra cento anni, quando saranno scritte migliaia di pagine sulle sue opere e decine di Blogs si interrogheranno alla ricerca spasmodica dell’interpretazione autentica di ciascuna parola dei suoi versi, tra cento anni ripeto, ciascuno di coloro che oggi ha riso, nell’aldilà dovrà abbassare la testa di fronte a lui che sibilerà “si vergogni”. E avrà ragione! Leggendo la sua poesia dedicata alla signora Rosa Bossi, madre adorata del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, quattro versi di intensità inarrivabile,

Mani dello spirito
Anima trasfusa.
Abbraccio d?amore
Madre di Dio

torna alla mente il verso della Divina Commedia dove è raccontato che il conte Ugolino intuisce che la sua sorte e quella dei suoi figli è ormai segnata e lo racconta a Dante con le parole “ed io sentii chiovar l’uscio di sotto all’orribile torre …”.
Come è noto, in alcuni casi invece del termine “chiovar” si trova “chiavar” e su questa differenza i commentatori si sono divisi e si dividono tuttora. Si racconta che il tema fu affrontato anche da Giosué Carducci durante una sua lezione all’Università di Bologna e che alla fine della lezione uno studente gli chiese: “Maestro, ma lei preferisce chiovar o chiavar”? E’ ovvio che io preferisca chiavar rispose Carducci giocando sul facile doppiosenso.
Torniamo all’ultimo verso di questa poesia di Bondi, nel quale egli chiama la signora Bossi, Madre di Dio. Le interpretazioni possibili sono almeno due:

  1. scrivendo Madre di Dio, Bondi ha pensato semplicemente alla Madonna e quindi ha voluto identificare la signora Bossi con questa nostra madre comune;
  2. oppure Dio potrebbe essere stato usato per identificare Silvio Berlusconi.

I commentatori avranno pane per i loro denti. Indagando sul momento in cui il verso è stato scritto e sullo stato d’animo del momento dell’autore ognuno troverà e difenderà la sua verità, ma tutti converranno che nel raccontare l’amore nessuno è riuscito meglio del nostro ministro.

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