Tragedia di Lampedusa. Tutti addolorati e costernati, ma chi parla delle cause? A chi interessa?

In occasione della strage di Lampedusa, i media si concentrano nel raccontare la terribile punta di un iceberg, ciò che al momento fa notizia, ma si tiene a distanza dall’analizzare le cause di un fenomeno di dimensioni enormi.

In tv e nei social media si accendono dibattiti su questioni di nessuna rilevanza, come l’assegnazione del premio nobel per la pace all’isola di Lampedusa, l’attribuzione della colpa morale al duo buonista Kyenge-Boldrini, l’abolizione immediata della legge bossi-fini, e altre cose di nessuna importanza sostanziale.

I professionisti dell’informazione evitano di raccontare le complesse vicende storiche che nei decenni passati hanno causato l’attuale realtà sociale, economica e politica dei paesi del corno d’Africa: l’Eritrea, l’Etiopia e la Somalia, la vasta regione subsahariana dalla quale provengono gran parte dei migranti che, dopo un lungo tragitto, vengono a morire davanti alle nostre coste. Forse la colpa non è tutta dei giornalisti. Così facendo obbligherebbero la gente a pensare, a cercare di capire, ad affrontare l’inerzia mentale  al quale ci siamo abituati, con il rischio di fare cambiare canale a quei tanti telespettatori in cerca di emozioni. Se vogliamo definirci persone umane è nostro dovere usare il cervello, e iniziare a capire le cause che stanno alla base di questi terribili eventi, che vengono definiti periodicamente da premier, ministri, capi di stato e Papa, come immani e vergognose tragedie.

I flussi migratori interessano l’intero continente africano e le rotte verso l’europa coinvolgono l’intera costa mediterranea, dallo stretto di Gibilterra alla Siria. I migranti che vengono a morire nel mare di Lampedusa provengono principalmente dal corno d’Africa, una delle regioni più povere e martoriate del mondo.

In Somalia oggi si muore per nulla a causa degli effetti di una guerra che dura da decenni, dopo la deposizione del dittatore Siad Barre del 1992. Le cause affondano le radici nella storia, e il nostro paese non è esente da responsabilità. Da quelle regioni si fugge dalla fame e dalle persecuzioni, non per scelta, ma per disperazione.
Per qualche informazione sulla guerra civile in Somalia puoi iniziare da questa pagina: Guerra civile Somalia su Wikipedia o da questa ricerca nel web: Ricerca nel web  guerra Somalia. Abbiamo tutti il dovere di vincere la pigrizia mentale, informandoci e assumendo una posizione meno emotiva, ma più critica e consapevole.

La vera emergenza comincia proprio in Africa, è lì che bisognerebbe intervenire in modo concreto, per contrastare le cause degli ingenti flussi migratori, cause che rappresentano la vera immane tragedia, che poi si palesa ai nostri occhi con la scena di un barcone affondato con centinaia di migranti dentro.

Questi uomini, donne e bambini sono spinti dal richiamo di una vita degna, che ancor prima che un diritto umano è un insopprimibile istinto della natura che vive dentro ciascuno di noi. Non sappiamo quanti ne muoiano silenziosamente nel tragitto che parte dalla regione subsahariana: nel deserto, nelle prigioni dei paesi stranieri come la Libia, lungo le coste del nordafrica, in mare.

L’occidente cristiano nella sostanza si disinteressa della sorte di questi disperati, adottando politiche d’immigrazione e d’accoglienza che andrebbero riviste. Basterebbe cancellare il reato di clandestinità, perché questa gente fugge dalle guerre, e avrebbe il diritto sacrosanto di rivolgersi alle ambasciate europee in Africa e chiedere visti come rifugiati.

La soluzione di un problema intricato non può essere semplice, ma il tema della pace andrebbe affrontato all’interno di una riflessione complessiva che coinvolga tutti i governi e le religioni del mondo per garantire la salvaguardia dei diritti umani. Sarebbe ora che qualche potente abbia il coraggio di dire che le vite umane sono più importanti degli interessi di potere economici e finanziari. Sembra che Papa Francesco si sia incamminato su questa strada, ma per dare sostegno alle sua parole è necessario un coinvolgimento da parte di tutti per una nuova cultura del rispetto e della solidarietà globale.

In ogni caso, in nome dello spettacolo, non si racconta il vero problema. I migranti africani sono un numero esiguo rispetto al flusso intra-europeo. Per ogni africano “clandestino” ci sono decine di rumeni, albanesi o bulgari che arrivano “legalmente”, visto che sono europei. Ma i primi commettono reato, i secondi no.

Diciamola tutta, la clandestinità ha fatto comodo a tanti Italiani, almeno finché c’è del lavoro da far fare a questi disperati, quegli stessi che poi si indignano, che si sentono defraudati del lavoro o che preferiscono sottopagare in nero quei tanto bistrattati migranti, disposti ad accettare lavori che nessuno vuol più fare. Quanti braccianti, badanti, operai edili lavorano per quattro soldi e in condizioni disumane a servizio di quei nostri concittadini che poi non esitano a ricoprirli di insulti razzisti.

Dovremmo metterci tutti una mano sulla coscienza, liberarci dall’emotività del momento, per affrontare il problema in modo serio, altrimenti freghiamocene, abbandoniamoli al loro destino e evitiamo di esibire un finto dolore.

Come dice Papa Francesco, il vero nemico che dobbiamo combattere è l’indifferenza.

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